Jeju: l'isola vulcanica coreana che devi visitare

Jeju: l'isola vulcanica coreana che devi visitare

Scopri Jeju: il vulcano Hallasan, le haenyeo donne subacquee, il Seongsan Ilchulbong, le grotte laviche e il maiale nero. Guida completa all'isola di Jeju

Ogni coreano ha un rapporto personale con Jeju. C'è chi ci va in luna di miele, chi ci porta i figli d'estate, chi ci scappa da Seoul quando non ne può più del cemento e del rumore. È l'isola dei sogni coreani — quella che appare nelle canzoni, nei drama, nelle fotografie con i cavalli selvaggi e i campi di colza gialla in primavera. Ma Jeju è anche molto di più di quello che le fotografie mostrano: è un luogo con una geologia straordinaria, una cultura matriarcale unica al mondo, una cucina completamente diversa dal resto del paese e una storia di isolamento e resistenza che l'ha resa diversa da tutto il resto della Corea in modi che ancora oggi si percepiscono camminando per i suoi villaggi di pietra nera.

Il Hallasan: il tetto della Corea del Sud

Oreum dell'isola di Jeju. Hallasan Corea

Al centro di Jeju c'è lui — il Monte Hallasan, un vulcano a scudo spento alto 1.950 metri, la vetta più alta di tutta la Corea del Sud. Si vede da quasi ogni punto dell'isola, cambia aspetto con le stagioni e con le nuvole, e ha quella qualità delle montagne sacre di sembrare sempre più grande di quanto le misure suggeriscano.

Salire l'Hallasan è uno dei trekking più belli e accessibili della Corea. I due percorsi principali — il Seongpanak dal versante est e il Gwaneumsa dal nord — richiedono entrambi circa 4-5 ore per l'andata e il ritorno, attraverso foreste di querce e abeti che cambiano completamente carattere man mano che si guadagna quota. Il cratere sommitale ospita il Baengnokdam — un lago di origine vulcanica che in certi momenti dell'anno riflette il cielo con una perfezione fotografica quasi irritante. In autunno i versanti del Hallasan si tingono di rosso e arancio con una densità cromatica che non ha paragoni nei parchi nazionali coreani della terraferma.

L'Hallasan è Patrimonio Naturale UNESCO dal 2007 — uno dei tre siti UNESCO di Jeju insieme alle grotte laviche e ai coni vulcanici secondari. Questa triplice designazione rende Jeju uno dei luoghi geologicamente più significativi dell'Asia orientale.

Le Haenyeo: le donne che respirano il mare

Se c'è una cosa che distingue Jeju da qualsiasi altro posto al mondo, quella cosa si chiama haenyeo — le donne subacquee che da secoli si immergono nel mare freddo dell'isola senza bombole né attrezzatura moderna per raccogliere abalone, ricci di mare, polpi e ostriche. Solo il proprio corpo, un costume, una maschera e quella tecnica di trattenimento del respiro che si impara da bambine e si affina per tutta la vita.

Le haenyeo non sono una curiosità turistica — sono una realtà vivente, anche se sempre più rara. Le haenyeo anziane — alcune superano i settant'anni e continuano a immergersi — sono riconosciute dall'UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità dal 2016. La loro esistenza ha trasformato Jeju in una delle poche società matriarcali del mondo: per secoli, mentre gli uomini pescavano in alto mare o servivano nell'esercito continentale, erano le donne a portare il reddito principale alle famiglie con il lavoro di immersione. Questa inversione dei ruoli economici ha plasmato la cultura, la lingua e perfino l'architettura dell'isola in modi sottili ma profondi.

Vedere le haenyeo lavorare — nei villaggi costieri di Udo, Sehwa o Gimnyeong — è un'esperienza che rimane impressa. Non c'è niente di teatrale: sono donne di mezza età o anziane che si cambiano in un capanno di pietra, entrano in acqua con una naturalezza totale, spariscono sotto la superficie per due o tre minuti e riemergono con un animale stretto in mano. Il suono che fanno quando risalgono — un sibilo acuto chiamato sumbisori — è il suono di un respiro che si svuota e si riempie con la stessa urgenza tranquilla di sempre.

Seongsan Ilchulbong: l'alba dal cratere

All'estremità orientale dell'isola, emerso dal mare come un castello naturale, il Seongsan Ilchulbong è un cono vulcanico di 182 metri con un cratere aperto sulla cima e pareti verticali di basalto che scendono direttamente nell'oceano. Il nome significa "picco dell'alba" e non è una metafora: l'alba vista da quassù è uno degli spettacoli naturali più celebri di tutta la Corea del Sud.

La salita richiede circa 20 minuti su gradini di pietra che salgono lungo il fianco della collina — non è un trekking impegnativo, è una passeggiata ripida che chiunque in buona salute può fare. La vista dal bordo del cratere — con il mare da tre lati, il profilo dell'Hallasan sullo sfondo e nelle giornate limpide le isole minori di Jeju all'orizzonte — è difficile da catalogare in qualsiasi gerarchia di bellezze naturali perché semplicemente non assomiglia a nulla d'altro. Il Seongsan Ilchulbong è Patrimonio UNESCO dal 2007 e merita ogni sillaba di questa designazione.

Manjanggul: dentro il ventre vulcanico

Sotto la superficie di Jeju scorre un sistema di grotte laviche che è tra i più estesi e meglio conservati del mondo. La Manjanggul è la più accessibile e la più spettacolare: un tunnel di lava lungo oltre 13 chilometri — di cui circa un chilometro aperto ai visitatori — con un diametro che in certi punti supera i 23 metri e una colonna di lava alta 7,6 metri che è la più grande del suo tipo al mondo.

Camminare dentro Manjanggul è camminare dentro la geologia dell'isola — capire fisicamente come Jeju sia nata, strato su strato di lava raffreddata, nel corso di millenni di attività vulcanica. Le formazioni alle pareti — stalattiti di lava, corde di lava, ripiani a mensola — hanno una bellezza strana e quasi aliena che non assomiglia alle grotte calcaree di Danyang o Cheorwon. È un altro tipo di meraviglia, più primordiale, meno decorativa.

I Dolharubang e la cultura materiale di Jeju

dol hareubang isola di jeju corea del sud

Non si capisce Jeju senza i dolharubang — le statue di pietra vulcanica grigia con il naso bulboso e le mani sul ventre che punteggiano l'isola agli ingressi dei villaggi, dei templi e dei parchi. Scolpiti nel basalto poroso che abbonda ovunque sull'isola, i dolharubang — letteralmente "nonni di pietra" — servivano originalmente come guardiani degli ingressi e protettori delle comunità. Oggi sono il simbolo iconico di Jeju, riprodotti in ogni possibile formato di souvenir, ma nella loro versione originale — consumati dall'acqua e dal vento, coperti di muschio, posizionati agli ingressi dei vecchi villaggi di pietra nera — conservano una presenza silenziosa e un po' misteriosa che nessuna riproduzione riesce a catturare.

L'architettura tradizionale di Jeju è anch'essa completamente diversa dal resto della Corea: le case sono costruite in basalto nero, basse e massicce, con tetti di paglia tenuti fermi da reti di corda — una risposta pratica ai tifoni che colpiscono l'isola ogni estate. I villaggi di pietra nera della costa settentrionale — Sehwa, Hado, Jongdal — sono tra i più autentici e meno turisticizzati dell'isola, e una giornata passata a camminare tra questi vicoli è una delle esperienze più genuine che Jeju offra.

Cibo: mandarini, maiale nero e abalone

La cucina di Jeju ha tre protagonisti assoluti che non si trovano altrove in Corea con la stessa qualità. Il maiale nero di Jeju — Heukdwaeji — è una razza autoctona dall'aspetto particolare e dal sapore intenso che i coreani considerano il migliore del paese: grigliato al carbone, servito con kimchi e ssamjang, è il pasto più soddisfacente dell'isola. Le strade di Dongmun Market e del quartiere di Heukdwaeji Geori a Jeju City sono dense di fumo e profumo di carne grigliata che si sente da cento metri.

L'abalone di Jeju — jeonbok — è l'ingrediente di lusso per eccellenza dell'isola, raccolto a mano dalle haenyeo e cucinato in mille modi: in porridge di riso jeonbokjuk, grigliato con burro, crudo come sashimi. Poi ci sono i mandarini — Jeju ha il clima più mite della Corea del Sud e produce mandarini da novembre a marzo che sono dolcissimi e profumati in modo straordinario. I mercati dell'isola da novembre in poi sono pieni di cassette di mandarini appena raccolti a prezzi che farebbero piangere qualsiasi fruttivendolo europeo.

Come arrivare e informazioni pratiche

Jeju è raggiungibile da Seoul in circa un'ora di volo da Gimpo o Incheon — la tratta Seoul-Jeju è la più trafficata al mondo per numero di passeggeri. In alternativa ci sono traghetti da Mokpo e Busan per chi vuole l'esperienza del viaggio via mare, ma il volo è di gran lunga l'opzione più pratica. Sull'isola il mezzo migliore è l'auto a noleggio — disponibile all'aeroporto con prezzi ragionevoli — perché le attrazioni sono distribuite su un'area ampia e i trasporti pubblici sono lenti. Il percorso Hallasan richiede prenotazione obbligatoria online. Il Seongsan Ilchulbong costa 5.000 won. La Manjanggul costa 4.000 won. La stagione migliore è la primavera per i campi di colza gialla e i ciliegi, ma Jeju è bella in ogni mese dell'anno — anche d'inverno, quando l'Hallasan innevato e il mare mosso hanno una qualità visiva completamente diversa e altrettanto potente.

Leggi anche Uno sguardo sulle Haenyeo, le pescatrici subacquee di Jeju