Lee Young-hyeon: il primo avvocato disertore nordcoreano

La storia di Lee Young-hyeon, primo disertore nordcoreano diventato avvocato in Corea del Sud, dalla fuga a 14 anni alle cause storiche.
Una mattina qualsiasi, l'avvocato Lee Young-hyeon riceve una telefonata concitata da una persona che si dichiara disertore nordcoreano: ha appena scontato una pena in Corea del Sud per uso di bingdu, il termine nordcoreano per la metanfetamina, ed è tornato a farne uso. Vuole sapere cosa fare. Lee, disertore lui stesso, capisce bene le difficoltà di chi si trova a orientarsi nel sistema legale sudcoreano: consiglia con calma di costituirsi alla polizia.
Chi chiama è solo uno dei tanti disertori nordcoreani che si rivolgono a Lee per assistenza legale, sapendo che conosce le difficoltà di ricominciare una vita in Corea del Sud meglio di chiunque altro: le ha vissute lui stesso. A 43 anni, Lee Young-hyeon è il primo disertore nordcoreano diventato avvocato in Corea del Sud, oggi in forze allo studio legale Ire.
Una causa storica contro il regime nordcoreano
Tra i suoi casi più recenti c'è la prima causa mai intentata da una disertrice contro il regime nordcoreano. La ricorrente, Choi Min-kyeong, aveva presentato la richiesta di risarcimento a luglio dello scorso anno, raccontando di essere stata torturata in detenzione dopo che le autorità cinesi l'avevano rimandata forzatamente in Corea del Nord. Choi era entrata in Corea del Sud nel 2012, al quinto tentativo di fuga dal 1997. Il 28 agosto il tribunale distrettuale centrale di Seoul le ha dato ragione, riconoscendole per intero il risarcimento richiesto, 50 milioni di won (circa 37.000 dollari).
Nel 2024 Lee aveva già ottenuto giustizia per cinque zainichi, coreani etnici residenti in Giappone, migrati in Corea del Nord dopo essere stati attirati dalla propaganda che dipingeva il Nord come un "paradiso in terra": facevano parte dei circa 90.000 zainichi coinvolti nella campagna di "rimpatrio" promossa tra il 1959 e il 1984 dalla Chongryon, l'associazione filo-Pyongyang dei coreani residenti in Giappone. Un tribunale di Seoul aveva riconosciuto loro un risarcimento per gli abusi subiti durante la permanenza in Corea del Nord.
Dalla carestia alla libertà
Lee è cresciuto in povertà a Hamhung, nella provincia del Hamgyong del Sud, dove anche mettere insieme un pasto era una lotta quotidiana. Erano gli anni Novanta, il decennio della grande carestia nordcoreana nota come "Marcia Ardua", che secondo le stime avrebbe causato fino a 3 milioni di morti. Nel 1997, a 14 anni, Lee partì a piedi con lo zio per cercare del riso in Cina da riportare a casa, con la benedizione della madre. Non sarebbe mai tornato.
Perse lo zio attraversando a nuoto il fiume Tumen, il confine naturale tra Corea del Nord e Cina. Solo e terrorizzato, si voltò a guardare la Corea del Nord dalla riva, senza trovare il coraggio di tornare indietro. Rimase in Cina per cinque anni come immigrato clandestino, di cui due trascorsi in un rifugio per disertori nordcoreani gestito da un missionario, spostandosi tra diverse città (Shenyang, Dandong, Qinhuangdao, Yanbian) per non farsi scoprire, consapevole che sarebbe stato rimpatriato e avrebbe rischiato pene severissime o la morte. "Ogni disertore nordcoreano che vive in Cina sogna di arrivare in Corea del Sud", ha raccontato Lee. "Guardavamo i drama e i notiziari coreani in televisione, affascinati dalla libertà e dal benessere che vedevamo. Il problema era che non avevamo idea di come arrivarci."
Le cose cambiarono nel 2002, quando 25 nordcoreani, tra cui alcuni compagni del rifugio di Lee, fecero irruzione nell'ambasciata spagnola a Pechino chiedendo asilo, minacciando il suicidio in caso di rimpatrio forzato. L'episodio, diventato presto un caso mediatico, mise fine alla copertura che per anni aveva permesso ai disertori di spacciarsi per orfani cinesi: bisognava fuggire il prima possibile. Grazie ai contatti del missionario, Lee riuscì a raggiungere la Mongolia, dove rimase circa un mese in un insediamento temporaneo mentre le autorità locali verificavano il suo status di rifugiato. Confermato lo status, fu finalmente inviato in Corea del Sud con un passaporto e un biglietto aereo predisposti dall'ambasciata sudcoreana in Mongolia.
Tornare sui banchi di scuola per diventare avvocato
Arrivato in Corea del Sud nel 2002, a 19 anni, Lee si chiese cosa fare della sua nuova vita. "Il percorso che avevo fatto per arrivare in Corea del Sud era stato duro, e fino a quel momento non avevo avuto una vita facile", ha ricordato. "Ma ero grato di avercela fatta. Decisi che avrei dedicato il resto della mia vita ad aiutare i nordcoreani." All'età in cui i suoi coetanei sarebbero andati all'università, Lee si iscrisse invece alle superiori per recuperare l'istruzione che gli era mancata. La scelta pagò: entrò nella prestigiosa facoltà di giurisprudenza della Yonsei University e proseguì gli studi alla scuola di specializzazione in legge della Kyungpook National University.
"I nordcoreani non hanno dignità, diritti umani o libertà fondamentali. Volevo intraprendere una professione che potesse aiutare a proteggere quei diritti, e ho capito che diventare avvocato poteva aprirmi quella strada", ha spiegato Lee. Senza sostegno economico, studiava in biblioteca insieme ad altri candidati perché non poteva permettersi una scuola di preparazione all'esame di abilitazione; i pasti duravano in media cinque minuti, per lasciare più tempo allo studio. In Corea del Sud i laureati in giurisprudenza possono sostenere l'esame di abilitazione solo cinque volte nell'arco di cinque anni dal conseguimento del master: Lee ce la fece al quinto e ultimo tentativo disponibile. "Penso che il mio successo abbia dato un messaggio di speranza ad altri disertori nordcoreani: che si può ottenere qualsiasi cosa impegnandosi davvero e senza arrendersi", ha detto. "Quando ho superato l'esame, ho pensato prima di tutto a mia madre. Ero triste di non poterle dare quella notizia."
La giustizia truccata del Nord
In Corea del Nord il ruolo degli operatori legali è molto diverso: non difendere il cliente o dimostrarne l'innocenza, ma anteporre gli interessi dello stato. I verdetti, spiega Lee, sono di norma già decisi prima ancora che inizi il processo, indipendentemente dalla colpevolezza dell'imputato. "La cosa più importante è dimostrare quanto si è leali al regime e al leader Kim Jong-un, oltre all'impegno nel sostenere il sistema socialista", racconta Lee, aggiungendo che gli esami da avvocato esistono perlopiù come formalità, dato che le posizioni di avvocati, pubblici ministeri e giudici vengono assegnate per nomina diretta del Partito dei Lavoratori. "A volte gli avvocati cercano di estorcere confessioni false agli imputati, e i giudici non possono decidere in modo oggettivo secondo costituzione, legge e coscienza." Per questo, nonostante il sistema giudiziario nordcoreano preveda due gradi di giudizio, i casi si esauriscono quasi sempre al primo: "Dato che la sentenza è già stata decisa dal partito, fare appello viene visto come opporsi al partito, il che può portare a una pena ancora più dura."
Non conoscendo lo stato di diritto, molti disertori faticano a comprendere l'autorità del sistema legale sudcoreano una volta arrivati. Tra i disertori nordcoreani detenuti in Corea del Sud, i reati di droga sono i più diffusi: il 34,4% del totale secondo i dati del Ministero della Giustizia relativi allo scorso anno. Il bingdu resta la droga più diffusa in Corea del Nord, usata comunemente come antidolorifico e da tempo oggetto di contrabbando verso il Sud attraverso la Cina. "Dicono che ci sia chi non ha mai fatto uso di droghe, ma non esiste chi le abbia provate una sola volta", dice Lee. "Le agenzie governative devono prestare più attenzione a questo problema e adottare un approccio più attivo per risolverlo."
La rivoluzione dell'informazione
Lee indossa più cappelli contemporaneamente: è anche a capo di Korea Internet Studio (KIS), una rete di broadcasting online lanciata l'anno scorso che fornisce informazioni, dai notiziari ai consigli per l'insediamento, ai disertori nordcoreani residenti all'estero. KIS produce contenuti in inglese e coreano, disponibili su YouTube e altre piattaforme anche in Cina e Russia, con oltre un milione di visualizzazioni accumulate. "La maggior parte dei nostri spettatori arriva da Stati Uniti e Corea del Sud, ma ce ne sono molti anche da Cina, Ucraina e persino da alcuni paesi africani", racconta Lee. L'obiettivo di fondo è la convinzione che l'informazione sia lo strumento più forte e veloce per portare il cambiamento in Corea del Nord: "Se sempre più nordcoreani riescono ad accedere a informazioni dal mondo esterno, il regime non potrà mantenere lo stesso livello di controllo."
Lee è anche segretario generale dell'Associazione per i diritti umani dell'ordine degli avvocati coreano e consulente per il Ministero dell'Unificazione, dove fornisce tutoraggio ed educazione legale ai disertori nordcoreani. Da quando ha iniziato a esercitare, ha visto altri due disertori diventare avvocati e sempre più studenti di legge tra i disertori: un percorso che trova gratificante vedere seguito da altri, pur ricordando sempre a chi aspira a questa professione di riflettere a fondo sulle proprie motivazioni. "La strada è lunga e difficile, specialmente per molti disertori nordcoreani che non hanno ricevuto un'istruzione adeguata e allo stesso tempo faticano ad adattarsi alla loro nuova vita qui", dice Lee. "Non basteranno forza di volontà e passione. Serve una motivazione chiara sul perché si intraprende questo percorso difficile, e la disponibilità a dedicargli anni della propria giovinezza, anche a rischio di fallire."
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