Do Ho Suh: la retrospettiva al MMCA di Seoul

Do Ho Suh: la retrospettiva al MMCA di Seoul

Il MMCA di Seoul dedica a Do Ho Suh una retrospettiva di trent'anni: dalle celebri case in tessuto traslucido fino ai nuovi lavori nati dalla paternità.

Le sue case in tessuto traslucido, ricostruite in scala reale fino all'ultima maniglia, hanno reso Do Ho Suh uno degli artisti coreani più riconoscibili al mondo, con mostre al Whitney, allo Smithsonian e, l'anno scorso, alla Tate Modern di Londra. Ora il National Museum of Modern and Contemporary Art (MMCA) di Seoul gli dedica una retrospettiva che ripercorre trent'anni di carriera, con oltre 500 opere, cercando di andare oltre l'immagine più nota dell'artista.

Da Seoul al mondo, e ritorno

Suh ha lasciato la Corea per gli Stati Uniti alla fine dei suoi vent'anni, formandosi tra la Rhode Island School of Design e Yale dopo gli studi di pittura a inchiostro alla Seoul National University. Da allora vive tra Londra, New York e Seoul, e nel suo lavoro più conosciuto ricostruisce in tessuto colorato e traslucido, dettaglio per dettaglio, ogni casa in cui ha vissuto: un hanok a Seoul, uno studio a New York, un appartamento a Londra. Visto da fuori dalla Corea, l'hanok che ricorre nei suoi lavori è sempre stato letto come una nota esotica; l'esposizione al MMCA prova invece a raccontare cosa c'era prima della partenza, quando quello stesso hanok era semplicemente casa.

La svolta: dalla solitudine alla famiglia

La parte più intima della mostra si trova nel MMCA Studio, dove Suh espone per la prima volta lavori nati dalla paternità: giacchine e calzini dei suoi figli, disegni fatti insieme a loro, e un nuovo cappotto, "Memory of Love" (2026), foderato con tasche ritagliate dai vestiti della sua famiglia, ognuna con dentro un piccolo oggetto-ricordo. Le case in tessuto che tutti conoscono, ha raccontato l'artista, erano quasi tutte nate quando era ancora single: non c'era nessuno, diceva, tra lui e la stanza. Con moglie e figli, quel vuoto si è riempito, e le persone sono diventate parte della casa quanto le pareti.

Il vuoto come materiale

Secondo la storica dell'arte Joan Kee, della New York University, la cifra stilistica di Suh nasce proprio dall'incontro fra due formazioni opposte: la pittura a inchiostro, che insegna a lavorare sui vuoti e a lasciare che l'assenza comunichi quanto il segno, e la scultura, che invece lavora sul volume e sulla resistenza della materia. È quell'equilibrio, secondo Kee, a rendere un'opera come "Staircase" (2003-2016), la serie di scale in tessuto che riproducono quelle delle case dove ha vissuto, capace di custodire la memoria come architettura, non soltanto di illustrarla. La mostra proseguirà il prossimo anno al Museum of Contemporary Art di Tokyo e al M+ di Hong Kong.

in copertina: foto Designboom

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